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La pittura napoletana del II Ottocento

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La pittura napoletana del II Ottocento

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Titolo La pittura napoletana del II Ottocento
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Autore Rosario Caputo
ISBN 9788869780448
Editore Franco Di Mauro Editore
Pagine/durata 496
Spedizione in uscita

Dettagli

L’abruzzese Filippo Palizzi, pittore di paesaggi, fu tra i “padri” del Realismo napoletano di metà Ottocento assieme a pittori “di storia” come Morelli, Altamura e Celentano. Tutti loro puntavano a una riforma della tradizione accademica che facesse risultare anche più convincenti del “vero” cose e situazioni soltanto immaginate. Ma la vera novità sarà rappresentata dalla macchia cromatica come strumento di costruzione delle immagini fissate in nette scansioni luministiche senza dimenticare la loro originaria inclinazione naturalistica per il paesaggio. Dopo il 1860, i toscani daranno vita al movimento dei “Macchiaioli”, quale risultato di un processo che escludeva soluzioni di effetti visivi e sentimentali. Nel 1864, si costituirà la Scuola di Resina alla quale aderiranno pittori del calibro di Marco De Gregorio, Federico Rossano, Giuseppe De Nittis, ma anche il toscano Adriano Cecioni e, qualche anno dopo, i siciliani Leto e Lojacono, l’umbro Campriani e il calabrese Santoro. Un caso a parte, nel panorama della pittura napoletana, è rappresentato da Antonio Mancini e Vincenzo Gemito. Fra i loro soggetti: il mondo dell’infanzia napoletana dei vicoli e dei “bassi” affollati. La loro permanenza a Parigi negli anni ’70 e i contatti con il mercante Goupil saranno all’origine della loro fortuna internazionale. Così come troverà fortuna a Parigi Edoardo Tofano, mentre Francesco Netti, morelliano, dopo un lungo soggiorno in Francia tra il 1866 e il 1871, si dedica a una serie di soggetti “orientalisti”, che negli ultimi decenni del secolo ebbero un notevole gradimento tra i collezionisti. Sul finire dell’Ottocento, il colera e il conseguente risanamento urbanistico permetteranno a Vincenzo Migliaro di dipingere la Napoli che di lì a poco sparirà lasciando la pittura di paesaggio alla parentesi artistica di Pratella e Casciaro. La grande stagione delle Esposizioni Universali e il clima della Belle Époque suggerirono a pittori come Scoppetta, Brancaccio e Caputo di soggiornare a Parigi, dove diedero prima vita a una vera e propria colonia italiana in Francia e una volta assimilatone l'inclinazione artistica, la reimportarono nel Mezzogiorno d'Italia. Territorio che da anni veniva illuminato dall'estro coloristico di Vincenzo Irolli.