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L’imperatore Giuliano e la nostalgia degli dei

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L’imperatore Giuliano e la nostalgia degli dei

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Titolo L’imperatore Giuliano e la nostalgia degli dei
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Autore Tommaso Indelli
ISBN 9788894389807
Editore Studio Partenio
Pagine/durata 144
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Dettagli

A quasi millesettecento anni dalla sua apparizione e dalla sua apoteosi, Flavio Claudio Giuliano non cessa di destare meraviglia per la sua opera immensa; dalla sua esistenza, vissuta sotto le insegne dell’intelligenza, della vivacità culturale e della tenacia politica, emerge una delle figure più straordinarie della tarda antichità. Giuliano fu la perfetta incarnazione del re-filosofo platonico: acuto pensatore e vero uomo d’azione, si dimostrò capace di guidare vittoriosamente le legioni contro i nemici esterni e di combattere i cristiani sul piano dottrinale, di condurre lo Stato e di riformare le strutture imperiali. I meriti di Giuliano non furono solo militari, politici e ‘spirituali’, poiché egli seppe mettere ordine nell’amministrazione civile e con provvedimenti a favore del ceto popolare seppe esaltare la sua idea di sovranità, improntata dalla iustitia e dalla clementia. In un’età di conflitti civili e di sollevamenti militari, di crisi economiche e di epidemie, che ebbero gravi conseguenze sul tessuto sociale, demografico e istituzionale dell’Impero romano, egli si prodigò per gli humiliores, fissando un calmiere per i generi di prima necessità, diminuendo il gravame fiscale e affidando la riscossione delle imposte non più a speculatori privati, ma a pubblici ufficiali. Nel campo spirituale l’imperatore usò tatto e prudenza, senza farsi trascinare da impulsi ostili, sebbene la profonda conoscenza dei dogmi cristiani accrescesse in lui l’avversione per una religione che, con le sue innumerevoli diatribe interne, era fonte di lacerazioni politiche e di discordie sociali. La proclamazione imperiale di Giuliano avvenne nel febbraio del 360, nell’accampamento di Lutetia; innalzato sugli scudi dei legionari, egli giurò a sé stesso di esercitare le virtù platoniche di temperanza, fortezza, giustizia e prudenza. La visione premonitoria del Genius populi Romani, l’entità spirituale che personificava la Res publica, precedette l’incoronazione ufficiale avvenuta a Costantinopoli nell’inverno 361 e.v.: l’Augusto aveva trent’anni. Allevato nella cultura ellenica, Giuliano si sentiva romano e figlio di quell’Impero che Roma aveva conquistato. Il suo programma di restaurazione religiosa e di ripristino della vera regalità imperiale si fondò su questi due capisaldi: mos maiorum capitolino e sapienza greca. Giuliano, animato da sincera devozione alla religione dei padri, si sentiva investito da una missione divina ed era persuaso di beneficiare della protezione di Helios e di Giove. Iniziato ai misteri di Demetra e di Mitra, l’imitazione della divinità fu l’orientamento costante di tutto il pensiero politico di Giuliano: essa rappresentava l’inveramento del tipo imperiale, esaltandone la dignità e galvanizzando la sua funzione evergetica. L’universo teologico classico, con i riti e le vie di realizzazione spirituale, la cosmologia e i principii etici, fu sintetizzato da Giuliano nei suoi scritti. Il Sole rappresentava il Sommo Bene, il principio primo metafisico contemplato dai neoplatonici: da esso derivavano tanto le ipostasi divine quanto la realtà umana. Il pensiero dell’Augusto ribadiva l’essenza spirituale delle divinità tradizionali del pantheon greco-romano, sostenendo che gli Dei fossero semplici simboli di numina, di potenze non riducibili al piano materiale. Gli antichi miti erano da considerarsi solo come delle allegorie, cui i letterati erano ricorsi per spiegare forze altrimenti inspiegabili, e tuttavia operanti nel cosmo. La restaurazione giulianea si preoccupò non solo del momento ierologico e della normativa religiosa, ma anche dell’organizzazione di un sacerdozio addetto alle divinità classiche; struttura che vedeva al suo vertice l’imperatore, pontefice massimo che designava i membri degli antichi collegi e nominava i sacerdoti provinciali. Le disposizioni emanate contro i galilei, influenzate dalla lettura di Celso e di Porfirio, sorgevano dal loro rifiuto di prestare servizio militare e di rivestire cariche pubbliche, dal cosmopolitismo spirituale, dall’intolleranza monoteistica, dall’irrazionale esaltazione per un Dio assoluto e per i suoi falsi miracoli, dal disprezzo per i culti di Stato e per i costumi dei padri. La restauratio religiosa di Giuliano, tuttavia, non assunse mai caratteri vessatori nei confronti dei cristiani: i pochi episodi di violenza – in Siria e in Egitto ‒ ebbero origine dalla furia popolare e non da ordini dell’imperatore. L’unico provvedimento coercitivocontro i cristiani fu l’editto De professoribus, che disponeva l’allontanamento dalle scuole pubbliche dei maestri galilei, giacché non era ammissibile che uomini spregiatori dei culti di Stato insegnassero una letteratura permeata dalla visione del mondo ellenico-romana. Ma una scissione fra contenuto e forma nella civiltà romana era ormai irrimediabilmente avvenuta, e il successo stesso ottenuto dal cristianesimo si presentava come un sintomo fatale. Per la moltitudine, il parlare ancora degli dèi come di esperienze interiori, e di presupposti per l’idea del dominio di sé, non poteva essere che vuota retorica. Giuliano si illuse di tradurre in una potenza politico-sociale insegnamenti destinati a restare in circoli ristretti e aristocratici. Era ormai compromessa la sostanza intima del popolo romano, quella capace di costruire i rapporti di partecipazione, secondo una nuova gerarchia, di un organismo imperiale sacralmente orientato. Solo nell’impotenza di un mondo già decadente, e non nella natura di questa idea e nemmeno nella persona dell’imperatore Giuliano ‒ che consacrò a tale sforzo tutta la sua vita ‒ sta la causa del fallimento del tentativo di restaurazione della tradizione spirituale ‘pagana’.