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Per una primavera di bellezza

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Due fioriture. Una infiorescenza

Per una primavera di bellezza

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Titolo Per una primavera di bellezza
Sottotitolo Due fioriture. Una infiorescenza
Autore Francesco Ingravalle
ISBN 9788898672455
Editore Edizioni di AR
Pagine/durata 112
Spedizione momentaneamente non disponibile

Dettagli

In illo tempore? No, a ritroso dai nostri giorni loffi e slombati appena un secolo: a Fiume, sull’appassire dell’estate 1919, i cupi cori dei Maschi da guerra di Gabriele d’Annunzio si intrecciavano con le voci scure delle Femmine del mare d’Adria -decisi, gli uni e le altre, a congiungere guerra e amore nel loro corpo ‘franco’. Era il principio dell’avventura della repubblica sodàle del Carnaro, dove la ‘fantasia’ volle sedurre il potere, sforzando le piante dell’arte e della politica in modo che dessero i migliori frutti nella liturgìa della potenza. Se, come afferma l’oracolo (un responso da più interpretazioni concentriche), “i fatti sono maschi e le parole sono femmine”, a Fiume gli ἄρσηνοι e le βαθύκολποι, sotto l’influsso del Comandante, sentivano l’aspirazione -confusa, può darsi, e desiderata a gradi diversi-, e coltivavano il richiamo, a “fare della propria vita un’opera d’arte”; mentre dalla congiunzione di fatti e parole “gli eredi degli Elleni” avrebbero tentato di generare sulle sponde dell’Adriatico una nuova, pitagorico-platonica, politèia dopo quelle sullo Ionio e l’Egeo. Dal ‘lirico’ ordine nuovo di Fiume, in nome di “un governo schietto di popolo”, traspariva l’attesa di una risorgiva della bellezza: quella figura votiva che “Nietzsche ha ripreso dai Greci e, in particolare, dal Platone del dialogo Lo Stato”, spiega Francesco Ingra- valle. Queste pagine descrivono due fioriture, spuntate negli orridi della Grande Guerra: lo Übermensch-uomo superiore e il poeta-soldato; riferiscono quindi di una infiorescenza: il fascismo. Nietzsche e d’Annunzio: il loro sapere fu un fare, la loro esistenza un commento delle opere e le loro opere un commento dell’esistenza (lo affermava, per Nietzsche, Alfred Baeumler) -in entrambe le fioriture, il calice, il modo d’essere siglato da Nietzsche nel precetto “VIVERE PERICOLOSAMENTE”. Le parole di Ingravalle narrano del Vate, di Gabriele d’Annunzio, dell’esteta in armi evocatore di una ellenità da lui adottata per svergognare la modernità e dettare a essa regole di salute cantando la bellezza dell’uomo. Narrano di Benito Mussolini, l’Arringatore, capitano di ventura dei due orizzonti, uccello di Giove e di Giunone, tanto stanziale in un unico luogo geometrico (quello del contorno, del confine), quanto migratore, come duce dei socialisti prima e dei fascisti poi -e del suo capolavoro, da artiere dell’espressionismo in politicis, il fascismo. E si espandono a ricordare Marx, Lenin e Gramsci e i comunardi e le diverse figure -che sono rivali nostre, ma sgorgate anch’esse dalle nostre tribù-, reliquie anch’esse dell’ultima storia europea. Quando non si manifesta in modo preciso, uno spiritus rector aleggia costante su questa rievocazione: Friedrich Nietzsche, con il suo magistero riepilogativo di insegnamenti perentori, di avvertimenti ‘cassandrici’, di predizioni sulla capitolazione dell’uomo europeo al fronte del nichilismo.

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QUELLI DEL NOSTRO GENERE-GENÌA sanno che il linguaggio di Ar tende a comunicare non mediante toni di professionalità ma attraverso modi di confessionalità. Per noi, Amica veritas, sed magis amicus Plato: nel senso che abbiamo ‘preferito’ la verità della prassi in senso platonico -col suo orizzonte in penombra. In altri termini, ci riconosciamo in una, frastagliata ma determinata, visione del mondo, e la dichiariamo -da vassalli, o da predoni dell’investitura. Ora, queste pagine -che trascrivono le parole adoperate dall’Autore nel corso di due conferenze da lui tenute sul fascismo- ospitano a volte scomposizioni e aspetti interpretativi della ‘passione fascista’ che discordano da quelli cui si orienta e si annoda il linguaggio di Ar. Le vedute cosmopolitiche, ecumenico-inclusive dell’Autore -pur essendo questi concresciuto con lo stesso nostro lievito, genealogico e ideologico, e avendo addirittura condiviso, in corpore e con sovrana decenza, il cattiverio austero dei soldati politici- divergono dalle visuali natiopolitiche, castrensi e tribali-esclusive di Ar: le sue non sono, insomma, quelle di un nostro alter ego simmetrico… A Ingravalle, valoroso eccentrico’, noi diamo rispettosa udienza ma non distaccata ubbidienza: ne ammiriamo la preziosità speculativa e ne invidiamo la chiarità espressiva, giacché gli eretici -ovvero gli esseri più pericolosi per una sodalità- in un firmamento sono di sicuro le stelle più cattive, ma al contempo le più lucenti sotto il riguardo dialettico. Le sue scritture vanno quindi custodite e, proprio da chi sta sicuro, guardate con cura e ‘ascoltate’ con attenzione. È l’invito che, ripetendo l’augurio di Aurora, Ar rivolge senz’altro ai propri lettori: di “leggere b e n e, [.] fino in fondo, […] lasciando porte aperte, con occhi e diti discreti” (almeno i mignoli), queste considerazioni del professore Francesco Ingravalle. Ar